Clima Derby…

Affrontare un derby durante la sosta per gli impegni delle nazionali è deleterio.

Lo stress si spalma in due settimane, quando invece il tifoso una partita come questa la vorrebbe giocare subito, scaricando immediatamente le tensioni sportive.

Invece ecco quindici giorni di attesa fatti di pronostici, sfottò e scommesse, quelle che nei giorni successivi alla partita, possono far aumentare a dismisura le consumazioni di caffè, aperitivi, pizze, pranzi e cene.

Il tutto perché prima del match ci si allarga in previsioni con parenti, amici e colleghi di lavoro schierati sull’altra sponda del Naviglio, pronti a loro volta a rilanciare.

C’è chi auspica una roboante vittoria surclassando l’avversario, chi anela invece un successo con il minimo scarto su un’autorete o con un rigore inesistente, per giunta al novantaquattresimo con la Var spenta, quando non c’è più tempo per rimediare.

La fantasia galoppa mentre l’aria di derby si è impossessata di Milano già da qualche settimana.

Si sbriciano le partite dei rivali e si inizia a gufare sugli infortuni e le ammonizioni.

Il clima si fa sempre più teso fino al fischio di inizio della partita, ma dopo può essere anche peggio sportivamente parlando, con familiari antagonisti che in casa arrivano a non parlarsi.

Chi perde toglie il saluto, spegne tv e radio, non compra giornali, esce molto presto alla mattina per evitare portinai e baristi rivali e si chiude in ufficio bofonchiando monosillabi od emettendo grugniti, rinunciando per giorni al ritrovo quotidiano davanti alla macchinetta del caffè.

Chi vince segue tutto il post partita, gli highlights su più canali ed anche i senza giacca fino a notte fonda, si precipita in edicola a comprare i quotidiani sportivi, mette come suoneria del cellulare l’inno della squadra.

Per qualche giorno cammina tronfio a due metri d’altezza spandendo perle di saggezza anche se non capisce nulla di calcio, atteggiandosi con movenze papali al momento della benedizione dei fedeli.

Se invece esce il pareggio da ambo le parti è tutta una litania di recriminazioni, iniziando dall’immancabile arbitro sempre al centro dei pensieri di qualunque tifoso e primo antagonista da sopprimere

Fino al tizio, caio o sempronio di turno rei di aver ciccato la palla davanti al portiere, o sbagliato un gol a porta vuota.

Prima dell’avvento delle televisioni commerciali, quando ancora per le esigenze e gli interessi commerciali il calendario delle partite non era spalmato su più giorni, non c’erano anticipi o posticipi.

La partita iniziava rigorosamente alle 14,30 della domenica ed i tifosi sin dalla mattina presto bivaccavano con i thermos del caffè ed i panini davanti ai cancelli di San Siro.

Tifosi senza biglietto che pur di entrare rischiavano i gioielli di famiglia arrampicandosi sulle inferriate attorno allo stadio, mentre quelli in possesso del sudatissimo tagliando.

Al momento dell’apertura correvano su per le rampe o per le scale arrivando in crisi di fiato ad occupare i posti migliori sui gradoni di cemento del Meazza, allora senza seggiolini.

E tutto questo con qualsiasi clima; sole, pioggia, neve o nebbia nulla contava, l’importante era esserci.

Oggi è molto diverso, ma il derby resta il derby, poco da fare. Allo stadio si tende ad arrivare all’ultimo, mascherando la tensione tra un caffè ed una birra.

Dura poco perché poi il nervosismo inizia a fare capolino ai tornelli d’ingresso con gente che resta prigioniera in mezzo alle sbarre perché sul lettore passa la tessera dell’Atm invece che quella del tifoso.

Per poi scoppiare definitivamente sulle rampe quando si creano ingorghi di teste ed in sottofondo partono le formazioni.

Poi l’ingresso nell’arena con il respiro si blocca per la visione dello spettacolo di quei colori che riempiono gli spalti e contrastano tra loro dividendo le fazioni.

E’ un attimo ma vale tanto. Ma non c’è più tempo, inizia il derby.

Amala!

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