Eugenio Bersellini, uomo serio e allenatore vincente

Quando si parla di Eugenio Bersellini i nostri ricordi si fermano a uno degli scudetti più belli della nostra storia: quello del 1980.

Eugenio Bersellini, uomo serio e allenatore vincente

Quando si parla di Eugenio Bersellini i nostri ricordi si fermano a uno degli scudetti più belli della nostra storia: quello del 1980.

In testa dalla prima all’ultima giornata. Bordon- (Giuseppe) Baresi-Oriali-Pasinato-Mozzini-Bini-Caso-Marini-Altobelli-Beccalossi-Muraro , a sancire una formazione storica. Quello scudetto servì a interrompere l’egemonia juventina, a ricacciare all’indietro i piemontesi. Servì a caratterizzare l’ingresso di nuovi campioni, degni eredi dei campioni di un passato recente. L’Inter rifletteva, nella sua anima più profonda, il modo di essere del suo allenatore. Una squadra umile e mai presuntuosa, dotata di un totale senso di rispetto per l’avversario. Una formazione che badava al sodo, ordinata ma anche tremendamente incisiva e determinata. Bersellini, il Sergente di ferro, era probabilmente figlio di un’epoca irripetibile. Persona seria, professionista esemplare. Un uomo vero, prima di tutto. Ogni giorno era vissuto con una gran dose di semplicità. Ogni risultato importante poteva esser conquistato attraverso un modo sicuro ed efficace: il lavoro duro, la concentrazione sugli aspetti da migliorare e perfezionare, l’analisi attenta degli errori e la fatica e l’applicazione sul campo come unico rimedio. Anche le emozioni erano vissute in modo quasi riservato. Esisteva nell’uomo Bersellini una forma di distacco emotivo dall’evento. Forse una forma di protezione nei confronti della stessa squadra per non caricarla di pesi eccessivi; forse perché in fondo Bersellini era proprio così e in questo risiedeva la sua grandezza di allenatore vincente. Con l’Inter uno scudetto e due coppe Italia (78’ e 82’). I pensieri s’inchinano davanti a quella rete di Mozzini con il romanista Tancredi che capitola e che attribuisce la matematica conquista dello scudetto numero dodici della nostra storia. Quel giorno S. Siro sembrò crollare, tale era l’entusiasmo dopo il gol del difensore interista, un collo destro pieno che rese la domenica di noi interisti difficile da dimenticare per il resto della nostra vita. Una squadra tutta italiana e che venne costruita nel tempo; con un progetto serio e un trio di uomini come Bersellini, Mazzola e Beltrami. Partirono da un’iniziale ristrutturazione della squadra sino a renderla competitiva in chiave scudetto. Bersellini ci mise del suo perché seppe rendere quella squadra forte e resistente a tutto. Fu allenatore e psicologo come lui ebbe a sostenere dopo la conquista dello scudetto. Attraverso il dialogo con i suoi ragazzi seppe muovere le corde giuste per rendere quei giocatori dei campioni. Una vittoria che non dimenticheremo mai perché nata e vissuta attraverso l’impegno e la serietà di un grande allenatore e di un gruppo di ragazzi che si specchiava in lui. Grazie Bersellini, grazie di tutto Mister!