Le origini del giuoco del calcio – Secondo Capitolo

Secondo capitolo a dell’articolo… “Le origini del giuoco del calcio”

Le origini del giuoco del calcio – Secondo Capitolo

 

 

 

Di lì a poco il calcio varcherà i confini del Regno e si diffonderà in tutto il mondo. Il 21 maggio 1904 a Parigi fu fondata la F.I.F.A., mentre 4 anni dopo, nel 1908 il calcio fa il suo ingresso nel programma deigiochi Olimpici moderni, oltre 2500 anni dopo la prima edizione dei giochi di Olimpia; il cerchio finalmente si chiude. I primi documenti sul calcio in Italia risalgono al 1555, è infatti il “Trattato del gioco della palla” di Antonio Scaino di Salò, mentre è datato 1688 il “Trattato sul calcio” di Lorenzo Bini. Il primo club italiano fu, nel 1881, l’International Football Club di Torino, la cui denominazione derivava dal fatto che nella squadra potevano giocare persone di varia nazionalità. l’I.F.C Torino ed il Football Club Torinese, sorto nel 1894, furono tra le pochissime società che praticarono fin dalle origini la specialità del calcio.

Nel 1893 venne fondato il Genoa “Cricket and Athletic Club”, un insediamento sportivo riservato rigorosamente ai residenti inglesi nella città di Genova, che soltanto a partire dal 1897 iniziò a praticare anche il calcio. La prima partita italiana tra 2 squadre italiane ebbe luogo a Ponte Carrega il 6 gennaio 1898; di fronte furono il Genoa el’Internazionale di Torino. Il 15 maggio dello stesso anno nacque la federazione Italiana derl Football (F.I.F.), con sede a Torino, aslla quale aderirono 4 club: il Genoa , il F.C. Torinese, l’Internazinale di Torino e la Società di Ginnasticas di Torino, il cui Vicepresidente, il conte Enrico D’Ovidio, divenne Presidente della Federazione. Il primo campionato italiano fu disputato in una sola giornata l’8 maggio 1898 e consacrò il Genoa quale primo vincitore. La prima semifinale ebbe inizio alle nove del mattino, la seconbda semifinale alle undici e, nel pomeriggio, la finale. Nerll’atto conclusivo della giornata, alla presenza di un centinaio di spettatori per un incasso di 197 lire, il Genoa, in maglia bianca, con striscia rossasi impose sull’Internazionale di Torino, diventando così, la prima squadra “Campione d’Italia.

Il Calcio si caratterizzo, fin da subito, per una forte capacità di coinvolgimento sociale che portò, nell’ultimo decennio del 1800 e nel primo del 1900 numerosi ruppi associativi per la pratica in comune della nuova attività sportiva. Il numero di club affiliati alla Federazione, che nel frattempo era divenuta F.I.G.C., cresceva di anno in anno, cosicchè il campionato dapprima limitato al nord del paese, vide la nascita di un girone al “centro-sud” nel 1913. Il primo vero campionato nazionale fu disputato nel 1927, mentre nella stagione 1930 – 31 venne istituita la formulaa a girone unico.

Anche in Italia il nuovo sport prese inizialmente i caratteri del semi-professionismo e ben presto del professionismo. Fu proprio da questa competizione, ormai professionistica totalmente, che nacque una grande potenzialità agonistica ed un ampio numero di giocatori, che permisero alla squadra italiana di laurearsi campione del mondo”, titolo poi bissato nel 1938. Alle origini le società di calcio sono nate come club di praticanti il calcio, come accade ancor oggi per molte associazioni sportive. Il membro di questi ENTI è vincolato alla squadra per il fatto di essere un associato del club, legame questo che comportava automaticamente il tesseramento alla federazione sportiva cui faceva capo l’associazione. La fattispecie giuridica adottata dai club era inizialmente quella delle “associazioni non riconosciute”, disciplinata dagli articoli 36,37 e 38 del codice civile. Pur non essendo società” e, dunque non potendo avere finalità lucrative, l’associazione non riconosciuta era lo strumento giuridico inizialmente ideale per lo svolgimento dell’attività sportiva, poichè soggetta ad una regolamentazione legislativa essenziale, che consentiva grande libertà contrattuale agli associati per la definizione dei criteri e delle modalità di svolgimento dell’attività.

Con la nascita e lo sviluppo del professionismo sportivo, i club erano gestiti da un “mecenate” personalmente responsabile per le obbligazioni sociali e rispondevano alle loro esigenze di bilancio mediante un rendiconto finanziario nel quale erano schematicamente riportate, per classi,le entrate e le uscite monetarie dell’esercizio. In tali rendiconti di gestione, improntati al criterio di cassa, non erano riportati nè la capitalizzazione dei costi di acquisto del patrimonio giocatori, nè gli ammortamenti degli oneri aventi natura pluriennale. Al patrimonio costituito dai giocatori non era quindi attribuito nessun valore contabile. Dal 1949 la federazione consentì il tesseramento di giocatori stranieri, cosa che migliorò lo spettacolo, ma nello stesso tempo trasformò il calcio in una grande industria. Le problematiche amministrative e la mancanza di adeguate forme di controllo sull’attività gestionale delle associazioni calcistiche iniziarono ad essere palesi negli anni ’60 in coincidenza con la crescente importanza economica e finanziaria assunta dall’attività calcistica, la quale cominciava ad evidenziare le sue enormi potenzialità in termini dimobimento di danaro edi capitali.

Nell’ambito calcistico il numero degli atleti era in netto aumento, alto il livello tecnico delle competizioni e, grazie alla diffusione dei mezzi di informazione, era cresciuto l’interesse da parte del pubblico per le vicende agonistiche, con ulteriore stimolo al raggiungimento di risultati sportivi di qualità sempre più elevata. Gli effetti di tale evoluzione furono due: il primo: l’associazione sportiva era impossibilitata a far fronte alle spese crescenti con il semplice contributo volontario dei propri aderenti e pertanto si rivlgeva al mercato dei capitali, assumendo gradatamente connotazioni di tipo imprenditoriali. L’associazione-impresa offriva al pubblico un servizio, lospettacolo sportivo, contro il pagamento di un corrispettivo commisurato alla qualità dell’offerta e all’entità della domanda. Anche gli ulteriori introiti economici ai quali l’associazione sportiva faceva sempre più ricorso, rispondevano ad una logica tipicamente imprenditoriale: il fenomeno più vistoso è rappresentato dalla nascita degli accordi di sponsorizzazione. Il secondo effetto: man mano che l’associazione sportiva si evolveva nel panorama economico da fenomeno volontaristico e dilettantistico verso un’organizzazione di impresa veniva a correlativamente a modificarsi in profondità lastessa struttura pluripersonale dell’associazione. Scompare di conseguenza la figura del praticante associato e subentra la figura dell’atleta professionista, non più membro della compagine associativa, ormai composta da soggetti finanziatori, atleta professionista che presta la propria opera solo contro pagamento di un corrispettivo oggetto di accordo preventivo tra le parti: associazione-società ed atleta stesso. Si riscontrava quindi l’esigenza di una radicale modificazine normativa, dati i nuovi ed evidenti aspetti imprenditoriali, che stavano assumendo sempre maggiore rilevanza e che necessitavano di un’adeguata regolamentazione giuridica, che iniziò graduealmente a diffondersi, fino a divenire obbligatoria. Di questo parleremo nel prossimo capitolo: “La riforma del 1966 dalle associazioni alle società per azioni”

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