L’importanza dei numeri nel calcio

Numeri e solo numeri: ultimamente nel mondo del calcio ci sono numeri che contano molto più di altri

Numeri e solo numeri: ultimamente nel mondo del calcio ci sono numeri che contano molto più di altri

L’importanza dei numeri nel calcio

Fino ad un paio di decenni fa valevano quelli della classifica di campionato,  quelli dei marcatori, quelli delle reti fatte e di quelle subite. Qualche difficoltà la si aveva con quelli della media inglese, che era sempre l’ultima che si andava a guardare, per via di quei calcoli astrusi sui punti fatti fuori od in casa. Un anno la Gazzetta si sbizzarrì nel fare le classifiche per città ed addirittura per regione.

Una certa importanza poi avevano i numeri sulle maglie. La 10 di Rivera, Maradona, Platini e Baggio, la 8 di Mazzola, la 7 di Best, Beckham e Cristiano Ronaldo, e la mitica 14 di Cruijff, il genio olandese che Oriali definì “l’immarcabile”. In parecchi casi i numeri venivano ricordate persino le misure delle scarpe, come la 37 di Palanca, oppure la 47 di Netzer.

Poi piano piano iniziarono ad avere sempre più importanza altre tipologie di numeri: quelli che indicavano gli spettatori paganti alle partite, oppure gli incassi, che esplodevano in occasione di derby o super match di coppa; c’erano poi quelli relativi ai compensi pagati dagli sponsor e quelli riguardanti i prezzi dei trasferimenti.

Oggigiorno ciò hanno assunto grande rilevanza i numeri che individuano il fatturato delle società. In un’analisi fatta qualche anno fa è emerso che in Champions League il 72,5% delle partite giocate, sono state vinte dalla squadra con il maggior ricavato aziendale, e nel’87,5% la squadra con fatturato più alto ha vinto il proprio girone.

Hai voglia quindi a parlar di tattica, di modulo 4-3-3, 3-4-3, 3-5-2 (che poi sono numeri anche quelli); hai voglia ad aspettarti la rovesciata del tal calciatore, il miracolo del portiere, la giocata sopraffina, la punizione a foglia morta.

Alla fine della fiera conta chi ne ha di più in tasca, ossia quei club che possono permettersi il campione od i campioni che risolvono le partite.

E’ amaro o retorico tutto questo? Può essere, come può essere che si tratti di una morale che lascia il tempo che trova. E’ però indubbiamente vero che quando oltre all’aspetto tecnico, le sorti di una squadra dipendano dalla sua gestione stabilita strategicamente intorno ad una scrivania, c’è da chiedersi cosa resti della passione del calcio, dell’odore del campo e della palla che viene scaraventata in rete.

In pochi anni i tifosi sono passati dai timori per Nino che non doveva aver paura di sbagliare un calcio di rigore, a quelli per il Direttore sportivo che cilecca un acquisto, o quelli per il Comune non dà l’assenso per la costruzione dello nuovo stadio.

I soldi sempre stati il carburante per far girare il mondo del pallone. Achille Lauro comprò Jeppson per 105 milioni di lire, ed i tifosi soprannominarono il loro presidente “o Banco de Napule”; Savoldi, sempre in Campania ed in piena crisi economica, diventò “Mister due miliardi”, vale a dire il costo sopportato per strapparlo al Bologna.

Negli anni novanta ci furono i 19 miliardi per Gigi Lentini dal Torino al Milan, i 48 ed i 90 miliardi spesi da Moratti per portare all’Inter Ronaldo e Vieri, per finire con i 222 milioni di euro sganciati dal Psg al Barcellona per Neymar sotto la Tour Eiffel.

Oggi però società non devono fare il passo più lungo della gamba , devono rispettare fredde ed asettiche meccaniche economiche e non abbattere i paletti imposti dall’Uefa; questo per evitare di finire in un buco da cui si può uscire dopo anni della peggior austerity.

L’Inter in austerity ci è finita dopo il Triplete del 2010; è andata sottacqua, forse senza neanche tanto ossigeno, ma la testa da quel buco, la sta rimettendo fuori.

L’altro giorno, come ogni anno, la società di revisione Deloitte ha pubblicato la classifica dei club europei più produttivi in termine di fatturato, la Money League 2019.  Su tutti il Real Madrid, con un fatturato di 750 milioni di euro, seguito, come ormai da anni, da Barcellona e Manchester United.

La prima squadra italiana è in undicesima posizione ed è la Juventus con 394,9 milioni di euro, mentre in quattordicesima c’è l’Inter con 281 milioni una posizione in più rispetto alla classifica dello scorso anno e ben sei posisioni meglio rispetto al 2016.

Dalla stagione 2007-2008 ad oggi, la società nerazzurra ha avuto un aumento pari al 66,7% con una  crescita del settore commerciale che ha raggiunto il 14%, con 147.8 milioni di euro ossia il 53% dei ricavi totali.

Il CEO dell’Inter Alessandro Antonello ha detto che il tutto è stato “reso possibile dalla messa in atto della nostra business strategy. Ottimi risultati sono stati raggiunti in particolare in Asia e ci hanno permesso di dare grande slancio alla nostra crescita commerciale, aiutata allo stesso tempo dai validi risultati raggiunti dalla biglietteria. Siamo inoltre orgogliosi di aver raggiunto brillanti risultati sul campo di gioco, che ci permetteranno a partire dall’anno finanziario 2019 di ottenere nuovi importanti risultati anche in materia di ricavi”.

Tutto questo senza considerare che, diversamente da molte altre big europee, l’Inter non ha uno stadio di proprietà, che ha sì un costo elevato in termine di costruzione e gestione, ma rende tantissimo sia in termine di cessione dei diritti di denominazione dell’impianto, sia come introiti derivanti dalla commercializzazione del sito.

Da qui si può capire il grande sforzo fatto in questi anni da Suning.

Forbes, rivista americana di economia e finanza, nella sua annuale classifica sui venti club di calcio più ricchi, ha rilevato una crescita dell’Inter stimata ora a 606 milioni di dollari, mentre Brand Finance, società di consulenza strategica, ha certificato un aumento del 119% del brand dell’Inter che arriva al 13° posto al mondo, non molto distante dalla Juventus.

Quanti numeri e quanto contano.

Ciò nonostante il vero tifoso di calcio guarda ancora ad altro, e, viene da dire, per fortuna.

Finisce per essere coinvolto ancor più di chi lo pratica e,  alla fine della fiera, il suo cuore batte per una palla in rete.

Vi siete misurati le pulsazioni dopo il gol di Icardi  nel derby al 93’?

Accidenti, ma sono numeri anche questi!