Ricordiamo il grandissimo Beppe Viola nel 35° anniversario della sua scomparsa

Una cadenza milanese piuttosto accentuata, uno stile disincantato, lontano dalla retorica consueta. E’ Beppe Viola. Per la radio seguira’ soprattutto il calcio e l’automobilismo. In televisione lascera’ il segno per i suoi servizi nella Domenica sportiva…

Ricordiamo il grandissimo Beppe Viola nel 35° anniversario della sua scomparsa

Una cadenza milanese piuttosto accentuata, uno stile disincantato, lontano dalla retorica consueta. E’ Beppe Viola. Per la radio seguira’ soprattutto il calcio e l’automobilismo. In televisione lascera’ il segno per i suoi servizi nella Domenica sportiva…

{loadposition adorizzontale} 

Giornalista sportivo perché teneva famiglia, scrittore perché sulla carta bianca aveva la stessa classe di Gianni Rivera sull’erba verde, autore e anche attore (“Romanzo popolare”), giocatore (nel senso del perdente: cavalli), barzellettiere, primatista di caffè-e-sigaretta, collezionista di mal di testa: in una parola, genio. Il 17 ottobre 1982 moriva Beppe Viola: sono passati più di 30 anni da quella domenica maledetta. Cronista sportivo, lavorava alla Rai, come inviato e telecronista, seguendo in particolare calcio, ippica, pugilato e automobilismo. Ha lasciato un segno con un linguaggio disincantato, anomalo, anti-conformista, ricco di humour. E proprio da questa sua vena ironica nasce il Beppe Viola autore.

Lavorò con Enzo Jannacci firmando decine di canzoni. Memorabili «Quelli che», adattamento di una lirica di Prevert, e «Vincenzina e la fabbrica» che accompagnò il film «Romanzo Popolare» del quale Jannacci e Viola furono co-sceneggiatori. Viola contribuì al lancio di attori comici di successo come Cochi e Renato, Boldi, Abatantuono e molti altri. Il ricordo del Viola giornalista e autore lo ha scritto Giorgio Terruzzi (giornalista e autore) che lavorò a lungo con lui. Sono intatti i ricordi, non hanno perso forza le parole, quella metrica tutta sua, scandita dai punti, i due punti. Truman Capote e Damon Runyon nell’ispirazione; Milano, il porfido, il dialetto nella dizione. Una traccia che resta, ripassata dalla malinconia per vent’anni: 17 ottobre 1982.

L’ultima cronaca, l’ultimo foglio nell’Olivetti, l’ultimo giorno di Beppe Viola. Per ritrovarlo, ritrovare il suo scrivere che era poi il suo dire, serve uno sforzo, bisogna andare più indietro, cacciar via quella stanza lassù al Fatebenefratelli, quella finestra col serramento in alluminio con Franca e le sue lacrime trattenute essendo le figlie quattro, da avvisare in qualche modo, a casa. Ecco, prima. Bastano poche ore. C’era la sua stanza alla Rai e un ufficio in una villetta, viale Arbe. «Magazine» si chiamava, per metterla giù un po’ dura con il solito anticipo, «un marchettificio» dove si scriveva attorno a lui, che dava multe se in un pezzo mettevi dentro «sfrecciano», lire 5 mila; «ginocchio in disordine», 10 mila; «il centrocampista va a battere» 20 mila, carta straccia, rifare per favore, dai, su. Insegnava davvero, anche se non lo ammetterebbe nemmeno adesso.

Con un rigore non previsto dato il resto, che era un ridere di se stesso, del mondo, a rilancio continuo; che erano notti per bere, raccontare, mettere via facce e frasi rimediate tra l’ippodromo, trotto possibilmente, il cabaret e il Gattullo nel senso dello special, «il panino più caro del mondo». Non contava la bella presenza, giacchette firmate mai viste, cosa frega, ma sul lavoro occhio, guai a sgarrare. Ritmo, linguaggio, le prime tre righe come uno scavatore e le ultime per chiudere con un guizzo, un colpo d’ala. Giornalismo con ironia e stile, alta qualità. Poi si poteva andare a tirar su l’insalata di pollo in rosticceria o una polpetta alla stazione: valeva il viaggio anche se portava via una settimana di vita a porzione.

Calcio soprattutto, sport sempre, come un serbatoio per fare il pieno e poi planare ovunque, scrivere comunque, tenendosi vicino al marciapiede dove stavano i clandestini con le loro parole in codice, chi metteva su i soldi ed era alla canna del gas, chi viveva di notte al Derby Club, sul piccolo palcoscenico oppure nell’ombra dei tavoli, lasciando i Rolex farlocchi nel baule della macchina o magari, chissà dove, il carico di un tir gentilmente sottratto, composto da carriole in numero di tremila. «Ma a lei, dottore, ci interesserebbe l’articolo?». Raccontava ed era già un pezzo fatto, pronto. Un servizio per la Domenica Sportiva inconfondibile alla terza sillaba. Con la televisione un rapporto di amore con un odio da maglione stretto, da burocrazia e raccomandazioni.

Permaloso, oh sì, anche se poi passava e arrivava un’altra onda, un entusiasmo, una idea. Da dare a tutti, a troppi, gratis ovviamente, al massimo non richiamano. Il suo mondo si è sfaldato dentro la sua città, tra la radica finta dei bar. Non c’è più quella nebbia da Millecento, da immigrati; quell’atmosfera da Romanzo Popolare, Ugo Tognazzi e una giovanissima Ornella Muti, sceneggiato con un’attenzione che fa epoca ancora adesso. Marciapiede, appunto, da dove venivano «Quelli che», scritti e musicati con Enzo Jannacci, un elenco sterminato irresistibile annotato dappertutto, fogli e foglietti sopra tavoli e scrivanie: «Quelli che mi saluti la sua signora anche se non ho il piacere. Quelli che con una bella dormita passa tutto, anche il cancro. Quelli che appena salgono su un pullman attaccano un coro di montagna». Jannacci e il primo Abatantuono, Cochi e Renato. Comici di professione e comici naturali da beccare attorno a un biliardo, da citare nei giorni cupi, quando arrivava un’ ansia improvvisa e bisognava mettersi lì sistemare i libri, le foto, qualunque cosa, fare un caffè, «mollare la rebonza» e ciao. E’ stato un umorista, un grande giornalista, uno dal quale imparare il mestiere: etica prima della grammatica. Sudava a febbraio, figurarsi in agosto, fumava sorridendo davanti alla macchina da scrivere, due fogli, carta carbone nel mezzo.

E’ andato via presto, si è perso molte cose che non gli sarebbero piaciute e, soprattutto, i suoi amori, la sua famiglia, le sue figlie, che sono grandi adesso e gli piacerebbero moltissimo.

{loadposition adorizzontale}

Autore: Giorgio Terruzzi 

Fonte: Storie di Calcio – Altervista

Print Friendly, PDF & Email