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Ex Nerazzurri: P come…Picchi

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Amarcord Inter Armando Picchi. Raccontare un mito, una leggenda, un pezzo di storia del calcio e dello sport, è un compito arduo e, a volte, ingiusto, specialmente se non si è avuto il privilegio di conoscerlo personalmente. Senza aver visto con i propri occhi le sue gesta, senza aver colto la sua personalità e senza aver vissuto la sua grandezza direttamente, è difficile rendere pienamente giustizia alla sua memoria. In queste circostanze, l’unica via percorribile è affidarsi ai ricordi, alle testimonianze, ai racconti di coloro che hanno conosciuto un uomo straordinario, di chi ha vissuto accanto a lui e ha potuto apprezzare ogni momento di quella vita intensa, eppure così breve. Solo attraverso la memoria si può tentare di ricostruire l’immagine di una figura tanto eccezionale; piccoli frammenti che, messi insieme, contribuiscono a dipingere un ritratto più completo.

Libero del mondo

Capitano della Grande Inter arrivata in cima al tetto del mondo, con un complicato rapporto con il tecnico Helenio Herrera e amatissimo dal presidente Angelo Moratti e dai tifosi, Armando Picchi è stato uno dei condottieri dell’epocale periodo di vittorie della squadra del Mago, capace di vincere 3 Scudetti, 2 Coppe Campioni e 2 Coppe Intercontinentali tra il 1963 e il 1966. Dapprima attaccante e in seguito mediano eccezionale, la sua vera consacrazione arrivò quando Mario Magnozzi, autentica bandiera del calcio livornese e forse il miglior bomber toscano di ogni epoca, lo arretrò in difesa. All’età di 24 anni, Picchi iniziò ad attirare l’attenzione di Paolo Mazza, geniale scopritore di talenti e leggendario presidente della Spal, a cui ora è intitolato lo stadio della città, che lo porta a Ferrara per 24 milioni di lire facendogli disputare il miglior campionato della storia del club, terminato al quinto posto e rivendendolo per 120 milioni all’Inter di Angelo Moratti.

Lo storico patron meneghino chiama come tecnico Helenio Herrera, un rivoluzionario argentino che schiera Picchi per due stagioni come terzino destro prima di trasformarlo in libero, una mossa che consolidò il reparto difensivo della Beneamata. Con lui, i terzini Burgnich e Facchetti e lo stopper Guarneri a blindare la retroguardia, con la regia di Suarez, l’estro di Corso e la rapidità di Mazzola e Jair a rendere l’Inter una squadra formidabile. Al classe 1935 venne affidato anche il grado di capitano, riconoscimento ottenuto grazie alla sua voglia di lottare e alla capacità di trascinare i compagni anche nelle situazioni sfavorevoli. Sette le stagioni trascorse dal difensore livornese all’Inter; Picchi vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. La personalità di Picchi si scontrava con la ferrea disciplina imposta da Herrera e così, ogni estate, l’allenatore lo inseriva nella lista dei giocatori da cedere, ma Moratti, amante dello stile di gioco del proprio capitano, cancellava sempre il suo nome. Lo scenario andò avanti fino al 1967, quando Moratti dovette cedere all’ultimatum di Herrera e cedette il suo leader al Varese dove Picchi terminò la sua carriera nel 1969.

E la Nazionale? Le porte verso la maglia azzurra si aprono nel novembre 1964, quando il CT Edmondo Fabbri lo fece esordire come libero nel 6-1 alla Finlandia in una gara valida per le qualificazione al Mondiale del 1966. La sua interpretazione del ruolo fu esemplare ma contribuì ad aprire una controversia tecnica che infiammò l’opinione pubblica calcistica italiana dell’epoca. Critiche forti arrivarono da Gianni Rivera, pupillo di Fabbri che decise, anche a causa del suo mancato approdo all’Inter qualche anno prima, dopo essere stato sedotto e abbandonato da Moratti, per ripicca nei confronti della società nerazzurra, di non convocare parecchi giocatori dell’Inter che domina il mondo, tra cui proprio Picchi, per la Coppa del Mondo 1966 in Inghilterra, con risultati catastrofici. Picchi trovò consolazione nel ritorno in nazionale sotto la gestione di Valcareggi, ma la sua carriera ne risentì; durante una partita contro la Bulgaria nel 1968, il capitano dell’Inter uscì malconcio da uno scontro e la diagnosi fu spietata: frattura del pube, che lo costrinse ad abbandonare l’azzurro e, molto presto, il calcio.

Appese le scarpe al chiodo, Picchi si gettò nel mondo della panchina dimostrando ottime capacità come allenatore tanto da guadagnarsi la chiamata di Giampiero Boniperti, nuovo amministratore delegato della Juventus che gli affidò la panchina dopo gli exploit in Serie B con il Varese per ringiovanire e rilanciare la Vecchia Signora. Picchi guidò la Juventus per pochi mesi, contribuendo alla crescita di giovani talenti italiani come Bettega, Causio, Capello e Spinosi; tuttavia, da qui iniziò il suo doloroso calvario che lo avrebbe condotto a un destino crudele: una forma aggressiva e incurabile di tumore che alle 16 del 26 maggio 1971 lo strapparono alla vita.

“Non voleva mai perdere, lo ha sconfitto la morte” scrisse il grande Gino Palumbo sul Corriere della Sera. Picchi non aveva ancora 36 anni, aveva smesso di giocare da due ed era sposato con la modella genovese Francesca Fusco, che gli aveva dato due figli. La sua scomparsa lasciò un vuoto profondo nel mondo del calcio e tra i suoi cari ma il suo ricordo rimane vivo tanto da intitolare alla sua memoria l’impianto dell’Ardenza, lo stadio della sua città Livorno. 

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Gianmarco Vella

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