12 Maggio 1965. Così l’Inter di Herrera schiantò il Liverpool

Il primo atto fu quello di rendere S. Siro un vero inferno.

Il primo atto fu quello di rendere S. Siro un vero inferno.

Il primo atto era quello di rendere S. Siro un vero inferno. L’incitamento, durante la settimana che precedeva il match, sarebbe partito dai nostri stessi calciatori.

Attraverso ogni possibile mezzo di comunicazione era necessario raggiungere il cuore degli interisti e trasformare la loro passione in un calore tale da frantumare il coraggio e la tempra della squadra inglese. Il Liverpool avrebbe dovuto sentire le gambe tremare. Occorreva il fiato della Milano nerazzurra per sospingere la Leggenda verso la seconda consecutiva finale di Coppa dei Campioni.

A quell’epoca la regola del goal in trasferta non esisteva; avevamo perso in maniera netta nella città dei Beatles all’andata, rimediando un secco tre a uno. Questo il verdetto; e quel risultato ci costringeva a non sbagliare niente.

Dovevamo fare la partita della vita in una gara in cui le insidie sarebbero state tante. Gli inglesi non scherzavano; nella prima partita avevano dominato esercitando un comando totale e asfissiante delle operazioni.

Si erano dimostrati superiori in tutto

I rossi d’Inghilterra si erano ritrovati in semifinale tra bravura ma anche tanta fortuna. Ai quarti di finale avevano passato il turno grazie al lancio della monetina contro i tedeschi dell’F. C Colonia. Il loro era un momento felice e il sangue scozzese di alcuni protagonisti servì a corroborare la personalità della squadra.

Nel giro di pochi anni avevano conquistato la Premier League grazie alle reti di “The Saint”, al secolo Ian St. John. Avevano poi vinto anche un titolo nel 1963/64 e la coppa d’Inghilterra l’anno successivo.

All’Anfield Road avevamo limitato i danni grazie a un goal di Sandro Mazzola. Occorreva dimenticare in fretta quella partita ma anche far tesoro degli errori compiuti.

In queste condizioni si arriva alla notte del 12 maggio 1965. Circa settantamila sono gli spettatori che invadono S. Siro. L’atmosfera è difficilmente dimenticabile; la squadra viene soffocata dall’abbraccio che aveva sognato.

Per tentare l’impresa, l’ennesima impresa della sua storia. E con il nostro gioco che avrebbe fatto scuola. Difesa sicura e totale dell’area di rigore e poi la fuga verso tutto quello che poteva accendere la passione e il cuore degli interisti.

Il Liverpool non avrebbe fatto eccezione a questo dominio dell’uomo. Non si sarebbe sottratta all’onda d’urto di Facchetti e compagni. E avrebbe invece vissuto un giorno da perfetta sconfitta.

L’Inter di Herrera utilizzava il catenaccio come strumento per arrivare al potere assoluto; l’altro catenaccio, non meno importante, era quello dei suoi tifosi.

Curioso il fatto che Gianni Brera, correva la stagione 1960-61, consigliò al tecnico argentino l’adozione del catenaccio ma Herrera si trattenne dal ridergli in faccia; così raccontò il grande giornalista pavese dalle colonne di Repubblicail 3 settembre 1985.

Trascorrono solo otto minuti e l’Inter va in vantaggio. Grazie a Mariolino Corso e ad una delle sue proverbiali “punizioni a foglia morta”. Corso fu un maestro in questo genere di cose; la traiettoria delle sue punizioni era come un lieve tratto di penna, pronto a scrivere un romanzo d’amore; delicato e irresistibile nello stesso tempo.

Lo stadio si trasforma in un’autentica bolgia; detonante nei suoi aspetti sentimentali e come tale capace, da quel momento, di accompagnare Mazzola & Co. verso un sogno di conquista.

Passa un minuto e Peirò s’incarica di una rimessa laterale; serve Mazzola il quale intuisce il disegno che ispira il compagno e così lancia il pallone verso lo spazio libero dove lo spagnolo sembra correre con le scarpe chiodate di un campione d’atletica leggera.

Lawrence anticipa Peirò che, nello scontro con l’estremo difensore britannico, cade; l’interista si rialza prontamente e da dietro aspetta che il portiere faccia rimbalzare il pallone per ben due volte e alla terza se ne impossessa in un misto di astuzia e rapidità di pensiero.

In questo modo il campione nerazzurro insacca in rete per il due a zero. Gli inglesi protestano come non mai. Smith e Yeats, in particolare, se la prendono con l’arbitro, chiedendo l’annullamento del goal.

Quella prodezza fu importantissima perché ci consentì di fare una partita attenta, senza scoprirci molto. Dopo meno di dieci minuti eravamo in vantaggio di due reti e ci mancava un solo goal, disse Mazzola anni dopo ricordando quei momenti.

A quel punto S. Siro non è più un campo normale e diventa un’arena dove gli inglesi sono autentici gladiatori.

Padroni di tutto, dominano, comandano e noi realizziamo una della cose che ci riesce meglio: ci difendiamo con cura e attenzione subendo poco in termini di pericoli concreti.

Il secondo tempo è un’altra musica; Herrera è prepotente nel suo incitamento e lo stadio è al fianco dei suoi ragazzi.

E’ il 17° e Giacinto, in una furia agonistica indimenticabile, macina tutto il campo prima di ricevere un pallone da Corso al limite dell’area di rigore inglese.

La sua parabola, molto forte, non lascia scampo a Lawrence. Sarti poi parerà tutto quello che ci sarà da parare. Siamo in finale di coppa dei campioni per il secondo anno consecutivo.

La finale si disputerà a Milano contro il Benfica di Eusebio per scrivere ancora una volta la storia del calcio.

INTER – LIVERPOOL 3-0

MARCATORI: 8’ Corso, 9’ Peirò, 62’ Facchetti

INTER (4-4-2):Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera

LIVERPOOL (4-4-2):Lawrence; Lawler, Moran; Strong, Yeats, Stevenson; Callaghan, Hunt, St. John, Smith, Thompson. Allenatore: Bill Shankly

ARBITRO:Ortiz de Mendebille (Spagna)

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