Il grande Real di Di Stefano

Il grande Real, la macchina perfetta…
 
 
Mai nessuna squadra di football, come chiamano questo gioco gli inventori inglesi, ha dominato così tanto e così a lungo nella competizione più importante del gioco del calcio: la coppa Campioni. Una squadra dove l’eccellenza dei propri interpreti era scandalosamente superiore alle altre squadre e, oltre al livello medio altissimo spiccavano i super, e come si evince dal termine plurale, ce n’erano più di uno. Imbattibile perché anche se si riusciva a perforare la loro difesa, nonostante ottimi elementi quali, Marquitos, Santimaria e Santisebastian, era in grado di fare almeno uno, se non due oppure più marcature in più dell’avversario. Vista l’abbondanza di stelle nel reparto offensivo lo schieramento, anche se si era ancora agli albori della tattica di gioco e degli schieramenti odierni, era come lo chiameremmo oggi un 3-2-5. Dal primo successo avvenuto nel 1956 contro lo Stade Reims l’organico è stato modellato ulteriormente ingaggiando i migliori calciatori che venivano alla ribalta.
 
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L’attacco della prima finale era composto da Gento, Rial e Di Stefano, si potrebbe dire già non male, ma dopo aver visto le gesta del francesino Kopa, comportarsi benissimo in finale, seppur perdendola 3-4, l’anno successivo vestiva la “camiseta blanca”. Nel ’57 è di nuovo finale contro la Fiorentica, con Kopa a fare da spalla a Di Stefano, Rial e Gento e anche in questo caso è coppa con un classico risultato di 2-0 con marcatori Di Stefano e Gento.
Terza finale consecutiva e terzo successo contro un’altra italiana, il Milan, alla prima apparizione in finale in cui giocatori di classe purissima come Liedholm, Schiaffino e Maldini si amalgamavano i cosiddetti “portatori d’acqua” come Radice e Danova. Partita combattuta, in cui il milan andò per due volte in vantaggio e raggiunta prima da Di stefano e poi da Rial. Ma l’attacco Real si dimostrò incontrollabile e il Milan e nei tempi supplementari un gol di Gento spense le velleità rossonere.
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Altra finale l’anno successivo contro la stessa squadra della prima coppa, quel Stade Reims che era una potenza nell’Europa di allora. Ma come era facile aspettarselo, il Real non concesse nulla e con il punteggio di 2-0 si aggiudicò l’ennesimo trofeo.
Il ’60 vede l’addio di Kopa e l’avvento di un ennesimo attacco da favola. I cinque avanti erano Canario, Del Sol, Di Stefano, Puskas e Gento. La finale raggiunta con una facilità estrema segnando 24 gol, venne vinta con altrettanta facilità contro i poveri tedeschi dell’Eintracht di Francoforte. Il punteggio finale non lascia dubbi sull’effettivo valore della squadra del presidente Bernabeu, al quale venne successivamente intitolato lo stadio a Madrid. Il 7-3 finale con marcatore tra gli altri Di Stefano. L’idolo madrilista fu in grado di segnare almeno un gol in tutte le cinque finali disputate. Quello che si potrebbe dire una sentenza.
La quinta coppa di fila rende mitologica la formazione di Madrid perché nessuno nella storia della competizione ha mai saputo avvicinare tale “accomplishment”. La forza dell’undici blanco era sì data dal valore dei giocatori, ma anche dal timore che questi undici atleti trasmettevano all’avversario. Lo stadio acuiva questo disagio agli avversari tanto che il “Bernabeu” fu uno, e lo è tutt’ora, dei motivi di tale prepotenza da parte dei “blancos”.
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Ne sono arrivate altre di squadre che hanno dominato l’europa come il Milan di Rocco e Viani, il benfica di Eusebio, l’Ajax di Cruijff, il Bayern di Beckembauer e Muller, ancora il Milan di Sacchi e Berlusconi e neppure il fenomenale Barcellona di Messi e compagnia, ma nessuno è riuscito ad avvicinare qualla lunga serie di successi. E probabilmente nessuno ci riuscirà mai più.
Da qui nasce il mito.
Da qui il calcio ci tramanda storia che trascende in leggenda.
 
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