Il Mito del Grande Torino

Eterna la sua gloria

Eterna la sua gloria

Il Mito del Grande Torino

Il Torino è una delle squadre più blasonate d’Italia. Il Grande Torino, in particolare, fu una delle migliori squadre degli anni 40’. Gli Invincibili, come vennero chiamati nelle cronache dell’epoca, furono in grado di vincere infatti ben cinque titoli nazionali consecutivi. La formazione-tipo era composta da Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Ossola. Il Capitano era Valentino Mazzola, una leggenda del calcio torinese e più in generale di quello italiano.

 

Il 4 maggio del 1949 l’aereo riportava la squadra a Torino e proveniva da Lisbona dove si era disputata una partita amichevole contro il Benfica. Erano le 17.03 quando il velivolo impatta contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, situata sulla collina torinese.

Le vittime furono 31; trovarono la morte l’intera squadra del Torino, dirigenti, accompagnatori, l’equipaggio e tre giornalisti al seguito. Per capire il dramma anche sportivo basti pensare che il commissario tecnico Vittorio Pozzo arrivò a schierare in nazionale ben dieci undicesimi della squadra granata.

Ci sono dei casi in cui l’aspetto umano ha la precedenza sui meriti sportivi. E ci sono squadre che lasciano, più di altre, ricordi indelebili. La vita spezzata di giovani campioni si mischia inevitabilmente con il talento e la classe di una compagine che sarà sempre ricordata per l’assoluto valore mostrato in campo. Ma anche per i risvolti umani che trasformarono l’episodio dell’incidente aereo nella tragedia di Superga.

Il Grande Torino è stato questo. Una squadra leggendaria che lassù è volata con il viso ancora fresco della sua miglior gioventù. Valentino Mazzola, vera gloria, era un giocatore esperto ma aveva solo trent’anni. La grandezza del Torino è qualcosa di speciale perché la morte, paradossalmente, gli ha riservato un campo di gioco senza tempo. Come se le sue imprese venissero proiettate di continuo e senza titoli di coda.

Ferruccio Novo, il presidente e tifoso del Toro, fu l’artefice di quel gioiello. Una sorta di riscatto di una nazione che cercava, a fatica, di rinascere sulle macerie della guerra, avrebbero commentato alcuni cronisti dell’epoca. Una squadra che quando decideva di vincere manteneva la parola data. Lo spettacolo e il divertimento erano gli strumenti consueti, scelti da quello stuolo di campioni per arrivare alla vittoria. Era una macchina inarrestabile; solo Superga rappresentò l’avversario insolito e non superabile; capace di assestare un tackle mortale.

Il Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di vivere, di sentirsi di nuovo cittadini di una città viva e concorde che ci prendeva alla gola quando passavamo davanti alle macerie di piazza San Carlo, di fronte agli edifici sventrati. (Giorgio Bocca)

La leggenda nasce prima nella mente di Novo. Il suo disegno, da sempre, fu quello di condurre i colori granata verso i più grandi fasti.  Il talento Franco Ossola rappresentò la prima pietra e nel 41’ il Toro è già letale grazie a rinforzi del calibro di Ferraris, Borel e Gabetto.

La squadra, tatticamente, passa dal Metodo al Sistema e aggiunge Menti tra i suoi campioni. Il Sistema richiede bravura e competenza sia nella fase difensiva che in quella d’attacco. Occorrono importanti doti fisiche e sagacia tattica. L’allenatore Erbstein ritiene che Loik e Valentino Mazzola possano essere funzionali all’impianto di gioco prescelto. Loik, ottima visione di gioco, e Mazzola, straordinario nel saper fare tutto, rappresentarono le chiavi di volta. Il Torino divenne Grande. Precursore del calcio totale e capace di proporre un tipo di calcio nuovo e diverso dal classico stereotipo italiano fatto di difesa e contropiede.

La classe cristallina del mediano Grezar è uno dei segreti dietro il primo scudetto vinto con un punto di vantaggio sul Livorno. Il Toro fu anche la prima squadra a vincere, in accoppiata, scudetto e Coppa Italia.

Gli arrivi poi di Bacigalupo, Ballarin, Maroso e Rigamonti resero la difesa del Torino quasi invalicabile e inespugnabile. In più il centrocampista Eusebio Castigliano bravo nell’ispirare ma anche di concludere a rete. Arrivarono altri scudetti, arrivò il Mito del Grande Torino, spezzato solo da Superga e da quella giornata sfortunata.

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