L’Ajax del grandissimo Joahnn Cruijff

Johann Cruijff, uno dei massimi campioni che hanno calcato i campi di calcio. Per parlare di lui e della sua carriera servirebbero libri, non semplici articoli. Capitano dell'Ajax di Amsterdam e della nazionale del suo paeseè uno dei giocatori più indimenticabili della storia del calcio moderno. L'epopea Cruijff (1964-1973) porta all'Ajax qualcosa come 6 scudetti, 4 Coppe d'Olanda, 3 Coppe dei Campioni, 1 Supercoppa d'Europa, 1 Coppa Intercontinentale.

Di scudetti ne fioccano altri cinque, anche perché la covata di talenti che fanno ala a sua maestà Johan ha dell’incredibile, tutti insieme e tutti così bravi.

Keizer, Krol, Suurbier, Haan, Neeskens, il cui tremendismo, unito a una più che dignitosa tecnica, farà di lui il simbolo dell’eclettismo olandese Rep, Hulshoff, Gerrie Muhren, Vasovic, Blankenburg.

L’Ajax diventa leggenda nel momento in cui, prima con Rinus Michels e poi con Stefan Kovacs, si annette l’Europa. Già nel 66-67 gli olandesi avevano eliminato negli ottavi di finale il Liverpool, battendo i “Reds” per 5-1 nella partita di Amsterdam e nel 68-69 erano arrivati alla finale perdendo contro il Milan per 4-1 a Madrid.

Insomma, le basi erano già state poste ed era giunto il momento di raccogliere i frutti di una semina cominciata diversi anni prima. Il primo passo della leggenda inizia nella Coppa dei Campioni 1970/71. Passati facilmente i primi due turni contro gli albanesi del 17 Nentori Tirana e gli svizzeri delBasilea, l’Ajax trova nei “quarti” i forti scozzesi del Celtic.

I biancoverdi, assetati di rivincita contro le squadre olandesi dopo la finale perduta l’anno prima contro il Feyenoord, subiscono però la legge di Cruijff e compagni e si devono inchinare 3-0 ad Amsterdam. Il ritorno a Glasgow non riserva brutte sorprese agli uomini di Michels (0-1) e le porte delle semifinali sono aperte.

Qui ad attendere gli olandesi c’è l’Atletico Madrid: in Spagna la squadra di Michels subisce la veemenza dell’Atletico limitando comunque il passivo (0-1). In Olanda un gol di Keizer mette in pari i conti, ma fino all’ultimo quarto d’ora la qualificazione resta in bilico. In pochi minuti pero un diabolico uno-due dell’Ajax firmato da Suurbier e Neeskens, due tra gli uomini atleticamente più forti, chiude il conto.

A Wembley, nell’atto conclusivo, gli uomini di Michels si trovano opposti alla sorpresa rappresentata dal Panathinaikos allenato da Ferenc Puskas.

L’Ajax impressiona la platea, che si rende conto di assistere a una sorta da rivoluzione calcistica. La partita praticamente non ha storia, è un monologo dell’Ajax con i greci incapaci di innescare il loro bomber Antonis Antoniadis. Gli olandesi incanalano subito la partita sui loro binari preferiti quando, dopo soli cinque minuti, Van Dijk depone la palla in rete alle spalle del portiere greco Oeconomopoulos.

I biancorossi devono fare a meno di Ruud Krol, un giovane terzino sinistro molto talentuoso affacciatosi in prima squadra durante questa stagione, infortunato e rimpiazzato da Rijnders, che fa il mediano con Neesken sterzino sinistro. D’altronde, gli spostamenti sulla scacchiera non rappre- sentano un problema per quasi tutti gli uomini del centrocampo e dell’attacco olandese.

Molto attento nella fase difensiva (la finale col Milan ha insegnato qualcosa), l’Ajax attacca sulle fasce con gli inesauribili Suurbier e Neeskens e spinge al centro grazie alla regia di Muhren, mentre Cruijff, seppur in ombra, tiene sempre in allerta la difesa greca. A tre minuti dalla fine è Arie Haan a mettere il sigillo alla partita.

Attratto dalle pesetas che gli offre il Barcellona, Rinus Michels lascia l’Ajax per trasferirsi in Catalogna. Sulla panchina dei campioni d’Europa si accomoda, fra lo scetticismo generale, il rumeno Stefan Kovacs, ex allenatore della Nazionale del suo Paese, dal ’64 al ’67, e della Steaua Bucarest.

Superati i primi problemi, soprattutto di carattere linguistico, il preparatissimo tecnico rumeno perfeziona il lavoro di Michels affinando lo stile dell’Ajax, concedendo più libertà d’azione alla fantasia e al talento dei giocatori e allestendo un gioco più spettacolare.

Con queste lievi innovazioni Stefan Kovacs guida Cruijff e compagni alla conquista della seconda Coppa dei Campioni consecutiva. L’unica variazione tattica apportata dal nuovo tecnico è l’impiego stabile in prima squadra di Ruud Krol come terzino sinistro, con spostamento di Neeskens a centrocampo. Il primo turno, contro la Dinamo Dresda, non è dei più agevoli anche se gli olandesi regolano le cose in patria con un 2-0 che non ammette repliche.

L’avversario successivo è l’Olympique Marsiglia, facilmente domato prima dell’infuocato quarto di finale contro l’Arsenal. Nel primo match ad Amsterdam una doppietta di Muhren rinnova le speranze dei tifosi dell’Ajax, freddati inizialmente dal vantaggio dei “Gunners”.

A Londra ci si attende la veemente reazione dell’Arsenal, ma un’autorete di George Graham spiana la strada degli olandesi verso le semifinali. Dove li attende un altro scoglio durissimo: il Benfica. Basta una vittoria di misura (gol di Swart) nella gara di andata e l’Ajax raggiunge la finale che si disputerà a Rotterdam contro l’Inter.

I nerazzurri non sono più la squadra che aveva dominato il mondo a metà degli anni ’60, mentre l’Ajax è nel momento di maggior splendore, all’apice della forma. Cruijff, avanzato in questa stagione da Kovacs nel ruolo di centravanti puro, è affidato alle cure di Oriali, che lo controlla benissimo tranne che in due occasioni quelle in cui l’asso trafigge il giovane portiere nerazzurro Bordon. L’Ajax di Stefan Kovacs è la prima squadra dopo il grande Real Madrid di Di Stefano e Puskas a vincere tre Coppe dei Campioni consecutive.

L’unica novità rispetto all’anno precedente è rappresentata dal giovane centravanti Johnny Rep, 22 anni, che Kovacs aveva fatto debuttare nella finale di Coppa Intercontinentale contro l’Independiente, venendone ampiamente ripagato con una doppietta. Ormai il modello Ajax è diventato un fenomeno  planetario, il  calcio totale è la nuova moda del momento e, oltre ad essere un modulo tattico, si impone anche come rivoluzionario stile di vita.

I giocatori olandesi sembrano una rock-band, hanno i capelli lunghi, vestono casual e viaggiano con mogli e fidanzate al seguito. Cruijff e soci entrano in gara negli ottavi di finale contro il CSKA Sofia, facilmente eliminato. Nei quarti è supersfida con il Bayern di Franz Beckenbauer e Gerd Mùller: il discorso qualificazione si chiude di fatto all’andata quando, ad Amsterdam, i campioni uscenti trionfano 4-0.

Nelle semifinali c’è il Real Madrid. Gli spagnoli escono da Amsterdam con il positivo risultato di 1-2, ribaltabile al Chamartin: il regno dell’Ajax è in pericolo, ma a Madrid i campioni giocano con grande personalità, impongono il loro gioco e la loro superiore classe passando con Muhren: è finale.

A Belgrado l’Ajax trova la Juventus. La vigilia degli olandesi è tormentata dalle voci della riapertura delle frontiere in Spagna e dall’intenzione dei club iberici di saccheggiare la squadra olandese. Sul campo, dopo quattro minuti Rep porta in vantaggio l’Ajax anticipando di testa Longobucco.

Gli olandesi addormentano il gioco, la Juventus prende in mano le operazioni. I bianconeri meriterebbero forse il pareggio, ma l’Ajax offre una grande prova di maturità. È il canto del cigno dello squadrone olandese, che perderà subito Cruijff (chiamato a Barcellona da Michels) e Neeskens un anno più tardi. L’epopea Cruijff (1964-1973) porta all’Ajax qualcosa come 6 scudetti, 4 Coppe d’Olanda, 3 Coppe dei Campioni, 1 Supercoppa d’Europa, 1 Coppa Intercontinentale.

All’indomani della finale di Belgrado, comincia la diaspora, che riceve il primo impulso da Cruijff in persona. Il trasferimento a Barcellona segna non tanto la fine di un’epoca, quanto l’inizio di una migrazione biblica. Granaio d’Olanda, alla mercè di una concorrenza sempre più cinica, l’Ajax entra rapidamente in un perfido giro, costretta a rivendere al miglior offerente i suoi talenti e raggiungendo così un declino precoce.

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