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Parliamo di arbitri e ci perdiamo il meglio del calcio

Che peccato. Il duello tra Inter e Juventus diventa ogni turno di campionato più appassionante ma le prime pagine e le homepage dei giornali sono dedicate alle polemiche arbitrali. Inevitabile dirà qualcuno, siamo pur sempre in Italia. Già. Ed è impossibile negare che tra i nerazzurri e i bianconeri esiste una lunga storia d’odio sportivo basata proprio sulle sviste, più o meno volontarie (vedi Calciopoli), di chi ha il compito di far rispettare le regole del gioco. Però, in questa stagione più che in altre occasioni, è davvero un delitto dedicare giorni e giorni alle discussioni che riguardano falli e rigori, attribuirgli un’importanza velenosa che guasta tutto il resto. Le prime posizioni della classifica di Serie A sono occupate da due squadre che stanno tenendo un ritmo folle e che hanno girato rispettivamente a 48 e a 46 punti. Il Napoli dei miracoli della scorsa annata, giustamente osannato dalla critica, nella prima metà di campionato ne aveva totalizzati 50.

Due vere e proprie corazzate Inter e Juventus, così diverse ma in fondo tanto simili, entrambe in grado di spazzare via la concorrenza e di infiammare gli animi delle rispettive tifoserie grazie a ciò che producono in campo. Eppure l’attenzione di tutti è sui presunti falli di Bastoni e Gatti. Senza voler scadere nella retorica da snob, è proprio vero che in Italia non accettiamo un principio base dello sport: gli arbitri (e i varisti), esattamente come gli altri protagonisti di una partita, sbagliano. E continueranno a farlo, nonostante l’aiuto della tecnologia. Non esiste sport senza errore umano.

Il punto, però, forse è un altro. Viene infatti da chiedersi con quale approccio milioni di persone seguono lo sport, il calcio in particolare. Entrando ancora di più nello specifico: cosa significa tifare per una squadra? Temendo la risposta di molti, rispondo per me, citando il film tratto da uno dei libri più incantevoli che mi sia capitato di leggere, “Febbre a 90′” di Nick Hornby: “Non è facile diventare un tifoso di calcio ci vogliono anni. Ma se ti applichi ore e ore entri a far parte di una nuova famiglia. Solo che in questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose. Cosa c’è di infantile in questo?”.

Per quanto mi riguarda è tutto qui: emozionarsi, nel bene e nel male, per un gruppo di sconosciuti e farlo insieme a milioni di altri esseri umani che come me vanno a dormire incazzati dopo una sconfitta in casa con il Sassuolo. Né più né meno, il pallone per me è questo. Quindi, var o non var, espulsione o non espulsione, vorrei potermi godere ciò che stanno facendo i ragazzi in campo, senza che il vociare continuo dei polemisti di professione rovini lo spettacolo a me e a tanti altri a cui semplicemente il calcio piace per quello che sa donare, anche oltre al risultato. Vorrei, se possibile, preoccuparmi in santa pace del calo fisico della squadra nelle ultime partite, disperarmi se Buchanan deluderà le mie aspettative, litigare con i vicini per il volume della tv troppo alto (altissimo) durante l’esultanza di Frattesi in un San Siro che ribolle di felicità. Vorrei cose normali, cose da tifoso.


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Vincenzo Corrado

Vincenzo Corrado

Giornalista professionista, scrittore e altre cose che andavano di moda prima dell'intelligenza artificiale. Caporedattore de Il NerazzurroView Author posts