Uomini e campioni: un ricordo di Alvaro Recoba

25 Luglio 1997, Via Durini, Milano: un ragazzo con i capelli rasati, un orecchino e dentoni sporgenti sorride dalla finestra della sede dell’Inter: è Alvaro Recoba.

Tutte le attenzioni sono per lui, tutti sono andati a vedere il più forte giocatore del mondo, tutti per Ronaldo. Nessuno sa che di lì a poco un altro ragazzo sarebbe andato a 1firmare il suo contratto con l’Inter. È un uruguaiano, bruttissimi capelli a caschetto, occhi a mandorla e dentoni, come il fenomeno.

Il suo nome è Alvaro Recoba, per gli amici “El Chino” proprio per via di quei suoi occhi a mandorla che lo fanno sembrare un cinese più che un sudamericano. Moratti se ne innamora guardando tutte le cassette del Nacional di Montevideo tra cui el mejor gol del mundo. Un sinistro così educato non lo si vede spesso: 7 miliardi versati nelle casse degli uruguaiani e l’operazione si conclude velocissima e sottotraccia rispetto alla più acclamata operazione Ronaldo.

Un mese più tardi, il 31 Agosto, l’Inter fa il suo esordio in campionato. San Siro è tutto esaurito per assistere all’esordio del Fenomeno, colui il quale deve riportare l’Inter a vincere. Ma al minuto 72, l’Inter si trova sotto di un gol contro il Brescia. Ronaldo non riesce a battere il portiere avversario e anche i pali non lo aiutano. Allora Gigi Simoni va da quel ragazzino sudamericano con gli occhi a mandorla e il caschetto in panchina e lo manda a scaldarsi. El Chino entra in campo riceve palla sui 30 metri e tira un siluro all’incrocio dei pali. Uno a uno. Sei minuti dopo c’è una punizione per l’Inter. Sul pallone non va Ronaldo, ma va di nuovo Alvaro: sinistro magico e palla di nuovo in rete. In quel pomeriggio di fine agosto il pubblico interista va allo stadio per un idolo e torna a casa con un altro. Qualche mese dopo Alvaro inventerà un’altra magia: gol da cinquanta metri contro l’Empoli. “Non importa a che distanza sei, appena vedi la porta tu tira”.

Sembra la nascita di un campione, ma è solo il preludio ad un fenomeno incompiuto. Alvaro ha tutto quello che serve, ha il genio e i colpi del campione, ha quello che fa innamorare i tifosi; ma si diverte di più a sorprendere tutti e anche se stesso, positivamente e negativamente. Quando gioca non sai mai cosa possa succedere, non sai se si stia divertendo o meno, sai solo che quando vuole il suo sinistro diventa magico e disegna parabole che solo in pochi possono disegnare. Recoba è così, trasforma il normale in straordinario, l’ordinario in capolavoro, ma solo se e quando vuole. Moratti se ne innamora. Per Massimo questo giocatore con un sinistro fatato è pura gioia, è emozione, è l’essenza del calcio.

Un’essenza fanciullesca e istintiva, non legata alle logiche di mercato del calcio moderno. Il Presidente può permettersi di pagargli un ingaggio importante solo per vedergli fare qualche magia ogni tanto. Negli anni della sofferenza interista, tra il 1999 e il 2005, Recoba diventa quasi il simbolo di una squadra con enorme talento, ma incompiuta, incapace di vincere, ma capace di prestazioni entusiasmanti. Capace di eroismo senza causa, in pieno stile sudamericano, combattere e giocare per il puro gusto di farlo. Partite meravigliose seguite da sconfitte roboanti. L’esempio migliore è Inter-Sampdoria del 9 Gennaio 2005. I nerazzurri sono in svantaggio per 2-0, al 42’st Mancini decide di gettare nella mischia anche Alvaro. È lui ad accendere la luce, in 3 minuti l’Inter ribalta il risultato ed è proprio Recoba a firmare il gol del definitivo 3-2.

Ma chi è davvero Recoba? Lui stesso ha avuto difficoltà a capire quale fosse la sua reale collocazione in campo e in che tipo di ruolo. Non è un condottiero, non può guidare la squadra. Non è nemmeno un gregario, non può correre per gli altri. Deve essere libero.  La libertà e l’anarchia sudamericana del numero 10. Il giocatore che in campo è libero di fare tutto ciò che vuole. Il suo ruolo è non avere un ruolo. Questo Alvaro lo capisce quando a 30 anni decide di tornare a giocare a casa sua, in Uruguay. Capisce che per giocare al meglio deve essere libero di rallentare. “La mancanza di velocità mi spinge a pensare di più e a essere ancora più intelligente. Perché so che non posso saltare quattro avversari. Devo giocarla con i compagni, non dribblare. Devo essere rapido mentalmente.” Recoba in Uruguay ritrova se stesso. Dipinge ancora magie sul terreno di gioco per molti anni. Per tutti gli avversari punizioni e addirittura calci d’angolo, se calciati da quel numero 20, sono più di semplici punizioni e calci d’angolo, sono motivo di terrore. “Forse il fatto di avere avuto un po’ di talento innato mi ha giocato un po’ contro perché mi sono accontentato di quello che avevo e questo a fine carriera sarà un rimpianto. Oggi per esempio non ho la stessa mentalità di quando avevo vent’anni. Se avessi avuto prima questa mentalità sarebbe stato tutto diverso. Con gli anni ti rendi conto che tante cose ti servivano ed io ho fatto poco per migliorare quello che avevo di innato.”

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