Walter Samuel la semplicità dell’uomo e la grandezza del campione

Il Muro argentino garanzia di rendimento

Il Muro argentino garanzia di rendimento

Walter Samuel la semplicità dell’uomo e la grandezza del campione

Walter Samuel nasce a Firmat, in Argentina, il 23 marzo del 1978. Se l’intenzione è rappresentare Walter Samuel in pochi ma brevi indizi ti puoi rifugiare in quelli di arcigno e robusto. La dimensione del campione nerazzurro è stata proprio quella di una roccia. Il tutto corredato da un temperamento da duro, come se niente potesse scalfirne la forza e la resistenza.

Chiamato “The Wall”, non a caso. Un appellativo sostenuto da partite che in nerazzurro hanno fatto la storia del club e del calcio in generale.

Il nazionale argentino garantiva coraggio e sicurezza. Il coraggio di osare era sovente tradotto in gol, con l’incornata o la zampata al momento giusto, partendo dalle retrovie quando la distanza percorsa traccia e sottolinea ancor di più la bellezza e la difficoltà del gesto tecnico.

“L’uomo che fa reparto” sembra l’espressione giusta per Samuel, un campione taciturno, dalle scarne parole ma con una presenza determinante per l’intero reparto difensivo e come tale capace di migliorare e valorizzare la prestazione di ogni singolo compagno.

Marcatore attento e severo, presidiava la zona di sua competenza nella maniera più autoritaria sino ad erigere autentiche mura di difesa. Allo stesso modo in cui le fortificazioni cittadine, nel medioevo, costituivano un baluardo contro il nemico.

Samuel fu la firma di partite epiche e se partendo dalla difesa si costruiscono le grandi squadre la formazione che spadroneggiò nell’era del Triplete ebbe in Samuel uno degli artefici più importanti.

Gli stessi infortuni, spesso anche seri, che hanno costellato la carriera di Walter Samuel posseggono una forza romanzesca. Capaci come sono di restituire la figura di un giocatore valoroso dove la forza d’animo alimentava lo spirito di reazione. Cadi e ti rialzi. E sempre più forte di prima. Superando anche le lesioni, gravissime, ai legamenti crociati del ginocchio destro. Il vero crociato si rivelò Samuel come sinonimo di caparbietà e tenacia.

Quando arrivò a Milano nel 2005 era reduce da un periodo non proprio fortunato con la maglia del Real Madrid. Cresciuto calcisticamente a Rosario nel Newell’ Old Boys diventò un giocatore importante tra le fila del Boca Juniors.

A Milano si fermerà per nove stagioni. Rispettato dagli avversari e amato dai suoi tifosi. Si parla tanto di motivazioni nel calcio e si costruiscono teoremi sull’importanza delle stesse. Samuel era un catalizzatore di tutto questo: la voglia di vincere, di lottare, il sacrificio sempre al servizio della causa, anche la volontà di uscire dal terreno di gioco dopo aver dato tutto, dopo aver sfidato il mondo.

Il mondo che conquistò nel 2010 con uno scudetto, una coppa Italia e la Champions League. Monumentale, in copia con Lucio, nella doppia e storica partita contro il Barcellona dove la difesa interista diede materiale per trattazioni accademiche e per esercitazioni alla lavagna.

Era l’uomo che chiudeva, anticipava, che contrastava l’avversario anche in maniera rude ma sempre leale e corretta. Che andava all’attacco, sospinto da uno speciale fiuto del gol.

Nel 2009 festeggia il quarto scudetto consecutivo nerazzurro e nella stagione successiva tocca le cento partite con la maglia dell’Inter. Un traguardo, tra i tanti, storico e meritato. Il 15 febbraio 2014, nel corso di Fiorentina-Inter, indossa per la prima volta la fascia di capitano.

In tutto, con i nerazzurri, ha disputato 236 partite e segnato 17 gol; vinto 13 trofei in 9 anni. Sarà ricordato sempre come “The Wall”, cassaforte di un sogno. Uomo semplice e grande campione. Grazie.

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