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Zanetti il cuore in campo

Zanetti ha attraversato l’Inter, ne ha conquistato il cuore per diventare una parte indissolubile. Ha interpretato, nell’arco di vent’anni, l’anima nerazzurra. Nei momenti bui, tristi e radiosi Zanetti era lì al suo posto.

Zanetti, il cuore in campo

Zanetti ha attraversato l’Inter, ne ha conquistato il cuore per diventare una parte indissolubile. Ha interpretato, nell’arco di vent’anni, l’anima nerazzurra. Nei momenti bui, tristi e radiosi Zanetti era lì al suo posto.

Zanetti, il cuore in campo. Zanetti ha attraversato l’Inter, ne ha conquistato il cuore per diventare una parte indissolubile. Ha interpretato, nell’arco di vent’anni, l’anima nerazzurra. Nei momenti bui, tristi e radiosi Zanetti era lì al suo posto.

Manca una manciata di minuti alla fine della partita. Non è una partita come tante altre; è la finale di Champions. Siamo in vantaggio per due a zero dopo che il Principe ha piegato la resistenza tedesca con due perle.

L’attesa è quella di una vita; è in quel preciso momento che Samuel incontra le lacrime del Capitano.

Sono le lacrime di chi ha vissuto l’Inter in modo totale, umorale ed emotivo; spontanee nella loro genesi. Samuel rimprovera quasi il capitano ricordandogli che manca ancora del tempo alla fine della partita.

Zanetti è racchiuso in queste lacrime, così naturali e così interiste nella sua genesi. Il pianto come liberazione di un’esistenza, desiderosa d’incrociare un destino benevolo dopo tanta attesa, dopo tante illusioni e delusioni.

Dopo la Grande Inter, dopo Giacinto Facchetti che di Zanetti fu un amico, un fratello maggiore capace d’indicare al ragazzo di Buenos Aires la strada più lunga ma anche più bella verso la gloria.

La strada non è quella della presunzione, dell’arroganza e della viltà; al contrario, il capitano della Inter di Herrera indica gli ingredienti per custodire il successo più duraturo: la lealtà, la serietà, il rispetto sempre e totale dell’avversario, l’esatto senso dell’umiltà e il non sentirsi “mai arrivati”, il mettersi al servizio del proprio compagno. Essenziale è l’impegno e la costanza nella professione.

Se c’è stato un filo diretto, quasi un anello di trasmissione tra le due Leggende, intese come squadre e simboli, Facchetti è stato il tramite e Zanetti il suo degno e naturale erede; colui che ha saputo proseguire sul campo e fuori quello che il Cipe seppe fare nella sua vita di atleta e di uomo.

Così simili, così ammirati e amati senza differenze di bandiere o colori sociali. Dove il valore del campione non è dato anche dal modo in cui ha affrontato la sconfitta.

C’è una dignità totale nel Zanetti del 5 maggio a Roma e in quello di Madrid: la compostezza e la sobrietà. Quella sobrietà, quel continuo contatto che ha portato l’uomo ad occuparsi, in un modo silenzioso e senza strilli, di tematiche infantili in un coinvolgimento totale delle ansie e sfortune fanciullesche.

Regalare un sorriso a chi forse lo ha perso o non lo ha mai avuto. Noi interisti siamo legati ai trionfi, a tutto quello che ha un sapore nerazzurro; ma consideriamo vittorie anche queste. La “Fondazione Pupi” è una coppa che non si vede ma è sicuramente una delle più belle che ci ha lasciato il Capitano.

Ho incontrato per la prima volta Zanetti durante la finale di coppa Uefa al Parco dei Principi di Parigi il 6 maggio 1998.

In quell’occasione, sebbene la rete di Zamorano, fosse sembrata inizialmente sufficiente ad indicare il sicuro governo nerazzurro sulla partita, i laziali mostrarono i loro artigli di combattenti nati; ma ecco finalmente arrivare il goal di Pupi a sigillare la vittoria!

La corsa a urlare la sua felicità di ragazzo è una foto indelebile dentro di me, impressa nella mia memoria di eterno interista appassionato.

… Ronnie quando é in forma può fare quello che vuole. ..vincere i mondiali e anche combattere contro il diavolo. Quel giorno era con noi, liberava la sua corsa sulla fascia e il suo passo era un misto di potenza e agilità inarrestabile anche per il bravo Yugovic che continuava a bere vino in un duello impossibile contro il brasiliano.

15′ del secondo tempo, il fenomeno batte una punizione dalla destra, Zamorano colpisce di testa verso il centro, irrompe Zanetti che scarica un pallone all’ incrocio dei pali, in un momento in cui i laziali avevano artigli e grinta. Lì ho conosciuto El Tractor; la sua corsa da quel momento non si é più fermata, senza soluzione di continuità per annientare ogni record terrestre … quello del cuore sarà difficile strapparglielo.

Zanetti ha attraversato l’Inter, ne ha conquistato il cuore per diventare una parte indissolubile. Ha interpretato, nell’arco di vent’anni, l’anima nerazzurra. Nei momenti bui, tristi e radiosi Zanetti era lì al suo posto.

Nel momento in cui avrebbe potuto cambiare questi colori per una vita più facile, ha invece scelto di restare e d’immaginare una Madrid interista nascosta in qualche parte del pianeta.

Lì ha preso forma il mito; lì un uomo normale è diventato il simbolo di un’era abitata per lo più da mercenari senza scrupoli.

Lì è nato il Capitano di un’altra Grande Inter, quella che il mondo onora come l’Inter del Triplete. Nella città spagnola ha trovato la sua consacrazione; al Bernabéu un Tempio eretto a ricordo della bellezza di una squadra e del suo Capitano.

E di una lacrima versata da una tifoseria che l’ha amato e sempre lo amerà.

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