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L’accanimento sull’Inter è sintomo della crisi dei media

Da qualche settimana l’Inter si trova al centro di una vera e propria gogna mediatica. I detrattori continuano ad accusare il club nerazzurro di star falsando il campionato con continui aiuti arbitrali. Addirittura si è arrivati a sospettare di un intero sistema messo in piedi da Beppe Marotta, il tutto col fine di condurre i nerazzurri alla vittoria del campionato. La squadra di Simone Inzaghi viene attaccata in continuazione da inizio stagione e nessuno interviene per difenderla.

La tendenza a screditare i meriti della squadra che si dimostra più forte sul campo non è una novità. È un gioco che conosciamo molto bene e ci sono passati, chi prima e chi dopo, tutti i club. Certamente l’Inter è una delle squadre maggiormente bersagliate, per via di un fardello che si porta dietro da anni: essere uscita indenne da Calciopoli. In tal senso è diventato iconico lo smoking bianco di Materazzi. L’ex difensore della Nazionale indossò l’abito in occasione dei festeggiamenti per lo Scudetto vinto nel 2007. L’intento era quello di simboleggiare la purezza della vittoria appena conquistata. Quel gesto non fece altro che aumentare l’insofferenza verso i nerazzurri dei tifosi rivali. Ultimamente pare che juventini e milanisti abbiano fatto pace con l’ammissione dell’esistenza dello smoking e proprio per questo cercano di sporcarlo in ogni modo.

Persino la stampa, invece di spegnere le polemiche, non fa altro che cavalcare l’onda mediatica in atto. Quotidiani e trasmissioni nazionali non perdono occasione di evidenziare gli aiuti ricevuti quest’anno dai nerazzurri. Coloro che dovrebbero assicurare una cronaca pulita dei fatti non fanno altro che alimentare commenti capziosi. Ciò è sintomo del grande stato di crisi che sta vivendo il giornalismo sportivo italiano.

Il giornalismo ha un ruolo chiave nel mondo del calcio

In Italia non esiste un tema caldo tanto quanto il calcio. La passione con cui è vissuto in ogni parte del Paese è quasi commuovente. Ciò che caratterizza questo meraviglioso sport è l’importante funzione sociale che svolge. È un elemento di aggregazione tra i ceti sociali più distanti. È un punto di contatto universale e soprattutto è alla portata di tutti. Chiunque può parlare di calcio con chiunque e la verità assoluta non è in mano di nessuno. Non esiste al mondo una cosa che metta tutti sullo stesso piano come il popolar pallone. Ricopre anche una funzione di vitale importanza per l’economia dello Stato. Quella legata al calcio, infatti, è un’industria che da sola produce un impatto sul PIL di circa 11,1 miliardi di euro. A produrre tale valore non è solo lo sport in via diretta, ma anche tutto ciò che vi ruota attorno. I media ricoprono una funzione importantissima in questo senso.

Radio, giornali e trasmissioni televisive sono nate dall’esigenza degli appassionati di restare sempre aggiornati sulle vicende che riguardano lo sport che amano. Il ruolo esercitato da questi enti non è però banale come si possa pensare. I mass media hanno la capacità di riuscire ad influenzare le masse in base a quello che decidono di raccontare e a come lo fanno. Chi vi lavora all’interno si trova dunque ad avere tra le mani grandi poteri, da cui derivano inevitabilmente responsabilità ancor più grandi. La deontologia del giornalista impone di elaborare e diffondere con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti.

Il mondo si è adeguato ai social

Da qualche anno il mondo è stato stravolto per sempre dalla comparsa dei social network. Da quel momento in poi nulla è più stato come prima. Le dinamiche che regolavano la società sono state completamente stravolte. Persino l’ambiente del lavoro ha dovuto adattarsi alla novità. È stato risucchiato nel vortice del cambiamento anche il giornalismo. Improvvisamente i giornalisti si sono stati catapultati in una nuova realtà, non regolamentata, dove chiunque può permettersi di dire tutto quel che vuole. I social si basano su un unico principio: le interazioni. Veridicità della notizia e onestà intellettuale non fanno parte dei parametri a cui fa riferimento l’algoritmo per determinare il valore di un contenuto. In compenso a dettare un ruolo importante sono like, commenti e click. Tuttavia questi criteri non sempre sono garanti di qualità.

Per restare al passo delle nuove piattaforme, il mestiere del giornalista e il modo di scrivere sono dovuti cambiare. Nella stesura di un articolo non si pensa più soltanto al contenuto, ma al successo che può riscontare o meno sui social. Come si fa a prevederlo? È facile, la soluzione e quella di usare un’esca che possa attrarre più persone possibili: la polemica. Titoli clickbait e opinioni impopolari sono ormai all’ordine del giorno. Gli utenti medi di queste piattaforme non aspettano altro che un pretesto per inorridirsi. Nascono discussioni virtuali senza fine, in cui tutti dicono la propria ma nessuno ha ragione. L’unica regola non scritta è che chi urla più forte nella barra dei commenti vince. Nel frattempo, mentre nicknames senza identità litigano tra loro, a guadagnarne in notorietà è chi pianifica a tavolino queste diatribe. Inoltre i social hanno un altro effetto: chi scrive risponde esclusivamente per sé stesso, non più per una testata giornalistica. Non c’è più il peso di rappresentare un quotidiano con le proprie parole. Ormai i giornalisti si stanno trasformando in veri e propri personaggi. L’obiettivo non è più quello di informare, ma è intrattenere.

Le conseguenze di questo fenomeno sono drammatiche: persone non meritevoli accumulano sempre più risonanza mediatica e la qualità dei contenuti continua ad abbassarsi vertiginosamente.

A passare in secondo piano è lo spettacolo

Vengono sprecate talmente tante energie nel polemizzare che alla fine il calcio giocato passa in secondo piano. Senza rendercene conto, stiamo assistendo ad uno dei campionati più entusiasmanti degli ultimi anni.

Al termine del girone d’andata, nulla è ancora deciso. La lotta Scudetto si sta rivelando una questione a due: Inter e Juventus si giocheranno fino all’ultima giornata la vittoria del Tricolore. Il duello tra nerazzurri e bianconeri non è solo sportivo, ma filosofico. Il Derby d’Italia mette di fronte due società dai valori completamente diversi. Anche sul rettangolo di gioco, si tratta di due squadre agli antipodi. Il gioco propositivo e spumeggiante degli uomini di Simone Inzaghi si contrappone a quello difensivo e pragmatico di Massimiliano Allegri, nonostante entrambi schierino le proprie squadre con lo stesso modulo.

Per l’amor di Dio, i problemi esistono ed è inutile nasconderlo. Che il VAR e lo scarso livello della classe arbitrale italiana siano due dei tanti è appurato. Smettiamola però di incentrare le nostre giornate sulla polemica e cominciamo davvero ad apprezzare lo spettacolo che questa Serie A ci sta offrendo.

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Luca Arcangeli

Luca Arcangeli