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L’Inter rischia davvero di fallire?

INTER FALLISCE – Che l’Inter si trovi al centro di una situazione societaria parecchio complicata non è un segreto. Il presidente dei nerazzurri Steven Zhang è alle corde e il tempo stringe. Un articolo uscito nella giornata di oggi, mercoledì 27 dicembre, ha fatto cadere molti tifosi interisti nello sconforto.

A pubblicarlo è stato Il Giornale e al suo interno viene approfondita la situazione economica dell’Inter, a cui vengono affibbiati dei contorni drammatici, dove addirittura viene messa in discussione la sopravvivenza del club nel breve termine. I numeri a cui ha fatto capo la nota testata giornalistica, sono quelli pubblicati dal commercialista e revisore contabile Luca Marotta, che da anni gestisce un suo blog per esporre la materia.

Debiti Inter cosa rischia

Secondo quanto si legge, l’Inter, rispetto allo scorso esercizio di bilancio, è stata in grado di tagliare i propri costi e di ridurre i debiti. I costi, pari a 465,5 milioni di euro, tuttavia sono inferiori ai ricavi, attualmente di 425,5 milioni in calo rispetto all’anno passato del 3,2% (cifra drogata anche dal mancato pagamento di DigitalBits dello scorso anno, per cui è in atto una causa milionaria). Questo squilibrio, col passare degli anni, porterà ad aggravare il debito complessivo societario, ridotto da 881 a 807 milioni di euro. Inoltre, il dato il più allarmante è quello relativo al patrimonio netto registrato dal gruppo Inter, di -161,9. Un tale patrimonio netto non rientrerebbe nei limiti per la capitalizzazione previsti dal Codice Civile. A gravare ulteriormente su una situazione già di per sé molto complicata, si è aggiunto un bond da 415 milioni, con un tasso del 6,75%, in scadenza nel 2027. L’articolo prosegue sottolineando come non solo la società stia navigando in cattive acque, ma anche la proprietà. Suning, complice l’andamento dell’economia cinese e la crisi sopraggiunta nel periodo post-Covid, non è più in grado di essere la solida società che nel 2016 rilevò le quote di maggioranza dell’Inter. Inoltre a maggio 2024 scadrà il prestito di 275 milioni concesso da Oaktree a Steven Zhang. Proprio maggio 2024 rappresenterà un’importante deadline per quanto riguarda il futuro societario dell’Inter. Il presidente dei nerazzurri infatti, al fine di farsi concedere il finanziamento, ha messo in pegno la totalità delle quote del club in suo possesso. Si afferma addirittura che la situazione è ormai senza ritorno e che non vi sia ormai via d’uscita. Si Analizza di come i debiti dei club di Serie A siano ben il doppio rispetto a quelli delle squadre della Premier League, il miglior campionato nel mondo. Non solo l’Inter ma tutte le società rischiano il tracollo perché il caso dell’Inter non è un unicum nel nostro calcio. La maggior parte delle squadre si ritrova ad essere schiacciata dai debiti e con scarsi ricavi. Un ennesimo problema è la scarsa attrattività del nostro campionato per gli investitori esteri, che preferiscono impegnare le loro risorse in altri lidi piuttosto che in Italia. Si riconduce la gran parte dei problemi a un’inadeguatezza del management del calcio, il quale blocca l’innovazione per restare ancorato ai suoi principi.

Fallimento Inter: la realtà dei fatti

Il quadro descritto da Il Giornale è sì veritiero, ma molto più catastrofico rispetto a quanto non sia realmente. Tanto per cominciare l’Inter rispetta tutti i singoli paletti necessari per l’iscrizione ai campionati. Non è ad oggi (e probabilmente non lo sarà mai) uno scenario percorribile quello di una mancata partecipazione a manifestazioni sportive per via di mancanza dei requisiti economico-societari. Tanto per fare un esempio, la situazione societaria della Juventus, a livello di bilancio, è nettamente peggiore rispetto a quella dell’Inter. Secondo gli ultimi bilanci semestrali, facenti riferimento al 30/09/2023, l’Inter ha un indebitamento complessivo pari a circa 731 milioni di euro (da notare come sia in calo rispetto agli 807 precedentemente citati del 30/06), mentre la Juventus lo ha di circa 766 milioni di euro e con una liquidità tutt’altro che incoraggiante, a causa della quale molto probabilmente dovranno condurre un mercato dal passivo nullo (se non addirittura in positivo). È giusto sottolineare come nessuna delle due società sia a rischio di mancata di iscrizione.

L’Inter inoltre, oltre al ripianamento dei debiti, sta pensando alla rimodulazione dei propri costi, in continuità con quanto stabilito nel settlement agreement firmato con la UEFA per quanto stabilito dal FFP, il Fair Play Finanziario. Anche qua gli esercizi rispettano quanto sancito e il percorso stabilito assieme all’UEFA sta procedendo secondo i piani.

Anche il bond in scadenza nel 2027 non è per forza da vedere con occhio negativo. La società ha avuto la possibilità di differire il ripianamento delle perdite entro il 2027, data entro la quale dovrà aver azzerato i 342 milioni cumulati al momento della sottoscrizione del bond. È una procedura assolutamente lecita e in linea con la legalità. Questa mossa ha permesso di non gravare troppo sull’indice di liquidità e di conseguenza sul calciomercato. La scadenza nel 2027 non è inoltre casuale, in questa data infatti si saprà con certezza il futuro dello stadio e di conseguenza si avrà una stima degli effetti che potrebbe portare, cosa ad oggi ancora da verificare.

Le difficoltà economiche che sta avendo Zhang inoltre non impatteranno in alcun modo su un possibile fallimento dell’Inter. Entro maggio 2024, data massima entro la quale il presidente dell’Inter dovrà saldare il proprio debito con Oaktree, la questione sarà risolta. Gli scenari possibili sono al momento tre. Nel primo Zhang potrebbe rinegoziare il prestito. In questa eventualità la scadenza verrebbe rimandata di qualche anno a tassi di interesse più elevati rispetto a quelli attuali e l’Inter resterebbe in mano al suo presidente. La seconda possibilità è rappresentata da una possibile cessione dell’Inter a un fondo (probabilmente americano) o a qualche investitore. L’Inter avrebbe dunque un nuovo proprietario, Zhang rientrerebbe dell’investimento fatto e sarebbe in grado di ripagare il debito senza alcun tipo di problema. Il terzo scenario, meno probabile, è quello in cui Zhang non ripaga il debito e l’Inter passa nelle mani di Oaktree per una cifra pari a quella del finanziamento, cioè 275 milioni di euro. In quel caso sarebbe il fondo americano a negoziare la cessione dell’Inter, che potrebbe avvenire a cifre decisamente più basse rispetto a quelle richieste da Suning in questo momento. Si può dunque dire che in tutti i casi l’Inter continuerebbe ad esistere, non importa nelle mani di chi.

E se provassimo ad allargare il cerchio?

Per quanto riguarda la critica al sistema calcio italiano, l’analisi sarebbe da effettuare in modo più approfondito e a 360 gradi. Scaricare tutte le colpe sul management del calcio è riduttivo per un’industria che rappresenta 11,1 miliardi del PIL italiano. Piuttosto, risulterebbe opportuno spostare la lente d’ingrandimento a chi governa dall’alto il calcio. È vero che tutti i club della Serie A si ritrovano in situazioni piuttosto drammatiche dal punto di vista dei ricavi e che gli investitori non sono attratti dal nostro campionato, ma ci siamo mai chiesti il perché? Risulterebbe approssimativo limitarsi a dire che tutte le società sono in mano a degli incompetenti. Anche perché in un Paese (almeno si spera) meritocratico come il nostro, ai vertici delle squadre del massimo campionato dovrebbero essere presenti le figure più di spicco che l’Italia possa offrire. E se non fossero messi nelle condizioni ideali di lavorare? Negli ultimi anni in Serie A sono arrivati molti nuovi giocatori che hanno contribuito ad arricchire la vetrina per i possibili investitori interessati ad impegnare parte del proprio budget nel nostro calcio. Nonostante ciò non si è mai andati oltre i primi colloqui. Per arrivare a stabilire il motivo non serve un genio.

La burocrazia italiana rallenta tutto quel che potrebbe essere un’innovazione. Ciò finisce per spingere chi potrebbe essere interessato al campionato italiano a preferire l’estero, dove tutto è più facile da realizzare. A testimonianza di ciò possiamo fare l’esempio degli stadi di proprietà. Da anni Inter, Milan, Roma e Fiorentina stanno avanzando progetti e cercando zone papabili per la realizzazione di nuove strutture. Da altrettanti anni la politica blocca ogni avanzata per un motivo o per un altro, spesso per mettere i propri interessi davanti a quelli dell’industria del calcio. La mancanza di stadi di proprietà blocca un sensibile aumento dei ricavi per le società che sarebbero nelle condizioni di costruirli. L’impossibilità della loro realizzazione è, anche a livello sociale, un’occasione mancata per riqualificare un sacco di zone lungo tutto lo Stivale e per creare nuovi posti di lavoro. Come ciliegina sulla torta di una politica che manifesta la propria vicinanza al calcio ( e allo sport in generale) solo quando le conviene, è notizia di qualche giorno la rimozione del decreto crescita dal calcio.

Il bonus, oltre a permettere l’arrivo dei campioni dall’estero, permetteva alle squadre di mantenere alta la competitività non trascurando i bilanci. Con la rimozione del decreto (a meno che non si intervenga il prima possibile), la Serie A perderà man mano visibilità, dando agli investitori l’ennesimo motivo per concentrare le proprie risorse in altri Paesi. L’Italia non è più da tempo il miglior campionato al mondo e se le cose non cambieranno in fretta dall’alto, è destinata a essere superata dalle nuove realtà emergenti.


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Luca Arcangeli

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