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San Siro, è davvero arrivato il momento di dire addio ad un simbolo di Milano?

È davvero finito il tempo di San Siro? Milan l’è un gran Milan” dicono i milanesi, con un campanilismo concreto e schietto tipico di chi vive in questa città. Non è semplice descrivere Milano, una città che da sempre vive e si rigenera ogni giorno della dualità che la contraddistingue: i quartieri della borghesia e quelli della ligèra, la tradizione del risotto giallo con l’ossobuco e l’innovazione dei ristoranti etnici o vegani, il caos del cemento e la pace dei parchi, “laurà, laurà, laurà“(“lavorare, lavorare, lavorare”) e la vita mondana, bauscia e casciavit, Inter e Milan e potrei continuare per ore.

Non è nemmeno un caso che, dopo il Duomo, gli edifici simbolo dei milanesi siano La Scala e San Siro, così diversi tra loro ma iconici e rappresentativi della milanesità.

San Siro, è davvero ora di dirci addio?

San Siro stadio

San Siro ha una storia centenaria e Milano l’ha sempre custodita con orgoglio, adattando l’impianto alle esigenze che si sono manifestate nel corso degli anni per rimanere al passo con i tempi. Oggi il suo futuro è in bilico per esigenze di modernizzazione che le migliori squadre europee hanno risolto scegliendo la via di stadi costruiti ex novo. Il Meazza rischia quindi di non essere più la fonte propulsiva di nuovi ricordi, ma di essere risucchiata nel vortice del passato e rimanere solo un tatuaggio sulla pelle o una vecchia foto in cartolina (o nella galleria del telefono, per i più giovani ndr).

Senza più il Meazza, vertice dell’eterna rivalità tra i rossoneri e i nerazzurri, e con ciascuno dei due club con uno stadio di proprietà lontano da Milano, che ne sarà dell’aria di derby che si respira nella settimana più importante dell’anno per le strade della città? Il milanese vuole giocare a Milano, dove è nata la squadra per cui tifa e dove da sempre esiste lo stadio, il suo stadio. Certo, San Siro ormai è datato e sta invecchiando così come il suo pubblico. Sarò io una romantica, non lo metto in dubbio, ma resto in silenzio ad ascoltare quando mio papà inizia i suoi racconti dicendomi “quando andavo io allo stadio negli anni 80′ non era così. Adesso puoi solo immaginarlo” e allora io inizio a farlo: penso a come poteva essere San Siro senza il terzo anello, costruito in occasione dei Mondiali di Italia 90′, provo a cancellare i cancelli e i tornelli all’entrata per vedere la gente senza biglietto scavalcare, immagino mio papà e mio zio allo stadio d’inverno con il plaid sulle gambe e il cuscinetto sul seggiolino per renderlo un po’ più comodo, mentre prima ancora c’erano le panchine sugli spalti, gente che fuma la pipa e beve un grappino, le invasioni di campo di fine stagione, il piazzale che circonda lo stadio pieno di Fiat punto e 500, i primi striscioni degli ultras e il vecchio sottopassaggio che portava Mazzola e Riviera sul terreno di gioco.

San Siro sta invecchiando e così anche la sua gente, come me. Io sono cresciuta andando a San Siro ogni domenica con papà, un panino con la salamella, una birra con gli amici e poi insieme dentro lo stadio a vivere emozioni che resteranno per sempre tra i miei migliori ricordi di tifosa.

Voglio avere un giorno il privilegio di portare i miei figli a San Siro e vedere il loro sguardo sbalordito di fronte all’immensità con cui il Meazza si impone sui tetti milanesi e ricordarmi di come rimasi di stucco anche io sotto gli occhi di mio padre la mia prima volta lì. Voglio raccontare loro della notte di Champions del 2010, quando il Meazza si riempì per accogliere all’alba gli eroi del Triplete, di come divenne improvvisamente silenzioso quando durante il Covid si giocò a porte chiuse per un’intera stagione e come esplosero i decibel quando ci fu festa grande al Meazza per la vittoria del diciannovesimo scudetto dell’Inter. Proprio come mio padre dice a me oggi, anche io un giorno vorrò poter poter dire ai miei figli “Quando andavo io a San Siro era molto diverso“,  e non “quando andavo io era diverso, io andavo a San Siro“.

San Siro è proprio necessario abbandonarlo e, nel peggiore dei casi, demolirlo? Certo, riadeguarlo nuovamente alle esigenze del nuovo millennio è difficile, ma per un simbolo di Milano che ha condizionato, e continua a farlo, le vite di molte persone credo che uno sforzo in più si debba fare. Come ho letto tempo fa un articolo del Corriere della Sera, se hai la Scala del Calcio perché devi dirgli addio? 

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Alessia Lazzaroni

Alessia Lazzaroni